Dagli Usa alla Sicilia per arginare gli effetti dei cambiamenti climatici
Inaugurata questa mattina a Siracusa la Summer School promossa da Unict e Massachussetts Institute of Technology che vede la partecipazione di studenti americani e italiani, fianco a fianco, per ideare soluzioni resilienti contro gli eventi meteorologici estremi.
Il rettore Foti: “Abbiamo dato vita a un progetto che mette in connessione eccellenze accademiche internazionali, ricerca applicata e attenzione concreta alle vulnerabilità del territorio mediterraneo”
Così bella, eppure così fragile. La Sicilia, crocevia di popoli e civiltà, custode di un patrimonio culturale unico al mondo — dai templi greci di Agrigento ai mosaici della Villa Romana del Casale, dalle architetture barocche di Catania alle opere immortali di Bellini, Pirandello e Tomasi di Lampedusa — è oggi uno dei territori europei più vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici.
A dimostrarlo sono gli eventi che hanno segnato l’Isola negli ultimi anni. Nel 2024 una siccità senza precedenti ha prosciugato gran parte dei bacini idrici, costringendo decine di comuni a severi razionamenti dell’acqua, con erogazioni ridotte, in alcune aree, a una sola volta ogni 17-20 giorni. Nel gennaio 2026, la tempesta Harry ha colpito la costa orientale con venti fino a 90 chilometri orari e onde offshore alte fino a 16 metri, sviluppando l’energia più elevata registrata nel Mediterraneo orientale dal 1985. Il bilancio è stato pesantissimo: oltre un miliardo di euro di danni e comunità costiere messe in ginocchio. Da Riposto ad Aci Trezza, da Taormina a Siracusa, barche trascinate sulle strade, infrastrutture devastate e tratti ferroviari distrutti hanno restituito l’immagine di un territorio improvvisamente esposto a una forza della natura sempre più intensa e imprevedibile. Solo l’efficacia dei sistemi di allerta precoce della Protezione Civile ha evitato conseguenze ancora più gravi.
A questi fenomeni si aggiungono i rischi legati all’instabilità del territorio. Nel gennaio 2026 la frana di Niscemi ha provocato spostamenti verticali del terreno fino a 7-8 metri lungo il versante occidentale del centro abitato, riaccendendo il ricordo della tragedia di Giampilieri del 2009, quando una colata di fango e detriti causò 37 vittime e costrinse oltre duemila persone ad abbandonare le proprie case.
Segnali diversi, ma riconducibili a una stessa realtà: la Sicilia si trova oggi in prima linea di fronte alla crisi climatica. Un territorio straordinario per storia, cultura e bellezza, ma sempre più esposto a fenomeni estremi che mettono a rischio non soltanto l’ambiente e le infrastrutture, ma anche il patrimonio materiale e immateriale che ne definisce l’identità.
Le “lezioni apprese” da questi catastrofici eventi indicano la strada: la Sicilia richiede conoscenza scientifica interdisciplinare, sistemi di monitoraggio avanzati — inclusa l’intelligenza artificiale per la previsione delle inondazioni costiere — e strategie di pianificazione territoriale di lungo periodo che integrino misure strutturali e non strutturali. Su queste strategie è incentrata la Summer School “Climate Resilient Solutions for Sicily”, in programma tra Ortigia e Catania fino al prossimo 26 giugno, che è stata inaugurata questa mattina a Siracusa, nella sede universitaria di Palazzo Impellizzeri, a Ortigia, con una lecture del rettore Enrico Foti, dal titolo “The Fragile Beauty of Sicily: Climate Change and Natural Disasters”.
L’iniziativa è co-organizzata dal dipartimento di Ingegneria civile e Architettura (DICAr) dell’Università di Catania e dal Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, prima università al mondo in campo tecnologico, nell’ambito del programma MISTI (MIT International Science and Technology Initiatives) Italy, che promuove lo scambio scientifico tra il MIT e i partner italiani. Coordinatrice scientifica della scuola è la prof.ssa Rosaria Ester Musumeci, docente di Idraulica presso il DICAr, che collabora con il prof. Andrew Whittle, Edmund K. Turner Professor presso il dipartimento di Ingegneria civile e Ambientale del MIT. All’iniziativa – sostenuta dal progetto SAFI3 della Scuola Superiore di Catania- partecipa anche l’Università La Sapienza di Roma. La scuola si svolge tra Siracusa e Catania, per un totale di 90 ore di formazione articolate in lezioni teoriche, attività laboratoriali, workshop interattivi ed escursioni sul campo. I 24 partecipanti — 9 studenti del MIT, 8 dell’Università di Catania e 7 della Sapienza — lavoreranno fianco a fianco con docenti e ricercatori di alto profilo in un ambiente residenziale e interdisciplinare.
«Gli studenti sono il centro della Summer School – ha precisato la prof.ssa Musumeci -, a loro sarà richiesto di trovare soluzioni ma anche di essere critici e creativi». La scuola estiva si propone infatti di formare una nuova generazione di tecnici e ricercatori capaci di progettare soluzioni resilienti e sostenibili per i territori più esposti alle pressioni del cambiamento climatico. Attraverso workshop interattivi, attività pratiche ed escursioni sul campo, i partecipanti lavoreranno allo sviluppo di soluzioni concrete, partendo dall’analisi di casi reali e dalle ricerche più avanzate.
«Il lavoro condiviso produce spesso qualcosa di inatteso – ha aggiunto Serenella Sferza, responsabile del Programma MIT Italy, intervenendo insieme al direttore del Dicar Matteo Ignaccolo e al presidente del Consorzio universitario Archimede Giovanni Grasso -: nascono idee nuove che finiscono per interessare gli stessi docenti e i loro laboratori di ricerca. In questa edizione, ad esempio, è nata una collaborazione tra MIT e Unict per rendere le sementi più produttive e resilienti in contesti climatici difficili, come quello siciliano. È un caso emblematico di come i docenti riescano a dialogare attraverso gli studenti: questi ultimi arrivano portando idee fresche, nuove sfide, nuova energia — e innescano connessioni durature che altrimenti non si creerebbero».
Connessioni che possono nascere anche con le imprese locali, in un contesto territoriale fortemente industrializzato, come ha rilevato Gian Piero Reale, presidente di Confindustria Siracusa: «La rilevanza di questa presenza industriale può trasformarsi in un’opportunità concreta – ha osservato Reale -: quella di fare del territorio siracusano un vero e proprio laboratorio di sperimentazione. La collaborazione con le università e la capacità di tradurre in azioni reali le proposte emerse da iniziative come la Summer School — che genererà idee e soluzioni innovative — potrebbero fare di questo contesto un modello pilota per la messa a terra di risposte efficaci alla crisi climatica».
«La prima giornata della Summer School ha confermato il valore di un progetto che mette in connessione eccellenze accademiche internazionali, ricerca applicata e attenzione concreta alle vulnerabilità del territorio mediterraneo – ha concluso il rettore Foti, tra i promotori dell’iniziativa con la prof.ssa Musumeci e il prof. Luca Cavallaro -. Gli interventi in programma, dedicati alla resilienza delle infrastrutture, alla gestione delle risorse idriche, ai fenomeni di dissesto idrogeologico e agli effetti dei cambiamenti climatici, stanno offrendo agli studenti un’occasione preziosa di confronto diretto con studiosi e ricercatori di profilo internazionale».
«Vedere giovani e docenti provenienti dal MIT, dalla Sapienza e dall’Università di Catania condividere esperienze, approcci scientifici e visioni differenti – ha aggiunto il rettore – significa costruire non soltanto competenze specialistiche, ma anche una cultura della collaborazione internazionale indispensabile per affrontare sfide globali sempre più complesse. Iniziative come questa rafforzano inoltre l’attrattività della Sicilia, per le sue istituzioni accademiche e per la propria comunità scientifica e territoriale, dimostrando come il nostro territorio possa essere protagonista di reti internazionali di ricerca, innovazione e alta formazione».

